C’è un comandamento silenzioso che attraversa la nostra epoca: rifiutare la morte. Un’architettura di parole d’ordine — ottimismo obbligatorio, efficienza, controllo — si fonda su questo rifiuto. Ma la padronanza è sempre mortifera: più si cerca di controllare la vita, più ci si ritrova impotenti, svuotati, incapaci di desiderare. La meditazione della morte è meditazione della libertà — chi ha imparato a morire ha disimparato a servire, scriveva Montaigne. E tuttavia il memento mori non basta. Senza un memento vivere, il guadagno di libertà rischia di restare vuoto, impigliato negli stessi fantasmi che voleva sciogliere. C’è una frase di Peirce che porto con me da anni: non siamo solo in ciò che siamo — nel nostro corpo, nel nostro pensiero — ma siamo massimamente là dove abbiamo effetti. È una frase che chiede di essere abitata. Dice che il soggetto non coincide con la propria immagine, con la propria storia, con ciò che crede di essere. Il soggetto è anche altrove — negli atti che compie, nelle tracce che lascia, negli effetti che produce e che continueranno a produrre effetti quando lui non ci sarà più. Questo sposta tutto. L’atto non si esaurisce nel momento in cui viene compiuto. Resta in atto. Continua a lavorare, a trasformare, a generare risposte. Non c’è una fine dell’atto — ci sono conclusioni, punti, pause, ma non una fine. Da qui un’altra idea di soddisfazione. Non l’appagamento pieno, impossibile e mortifero. Ma quello che Freud chiamava sublimazione: godere a pezzetti, frammentare la meta in tante mete diverse, investire in idee, relazioni, opere, percorsi. È la possibilità di trarre soddisfazione dall’incontro con il mondo — non nonostante il limite, ma grazie ad esso.
Ricordati di vivere, diceva Goethe. Non cedere sul tuo desiderio, diceva Lacan. Sono la stessa cosa.
